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Con la recente approvazione del DDL 2233-b “jobs act degli autonomi” ora in attesa della pubblicazione sulla gazzetta ufficiale per la definitiva entrata in vigore, si assiste ad un primo tentativo di regolamentazione del c.d. smart working.

 Tra le molteplici innovazioni ricopre un ruolo di assoluto rinnovamento la spinta verso lo smart working. Trattasi di una gestione elastica del rapporto di lavoro subordinato studiato per aumentare la produttività e migliorare per il lavoratore la conciliazione di vita privata e lavoro fornendogli la possibilità di svolgere le proprie mansioni in modalità flessibile in termini di luogo, orario e dispositivi utilizzati.

Va chiarito che non si tratta di semplice telelavoro bensì dello svolgimento del lavoro in parte all’interno dei locali aziendali e in parte all’esterno.

È fondamentale che ci sia un accordo scritto tra il lavoratore e l’azienda nel quale il lavoratore dichiara di voler passare in “smart”. L’accordo può interessare sia un contratto di lavoro in corso che in fase di costituzione ed è risolvibile unilateralmente da entrambe le parti, con preavviso riportando la prestazione di lavoro alle modalità di tempo e di luogo ordinarie.

Il passaggio allo smart working non prevede una postazione di lavoro fissa ma sono rispettai gli orari di lavoro giornalieri e settimanali nonché il trattamento economico e normativo che non possono essere inferiori a quelli complessivamente applicati, in attuazione dei contratti collettivi di cui all’articolo 51 del Dlgs 81 del 2015, nei confronti dei colleghi che svolgono le medesime mansioni esclusivamente all’interno dell’azienda. 

 Ancora in fermento il dibattito tra tutte le figure professionali potenzialmente interessate sul maggior o minor vantaggio che il passaggio allo smart working può comportare. Tra i principali spunti di riflessione emerge come la mancanza dell’obbligo di recarsi in ufficio possa costituire un risparmio in termini di tempo e di miglioramento della qualità della vita privata, ma potrebbe rivelarsi difficile  per il lavoratore concentrarsi nell’ambiente domestico in assenza di uno spazio dedicato all’attività lavorativa.

Questo nuovo modello di lavoro, tuttavia, non è consono ad ogni genere di mansione, ma solo a quelle che non richiedano l’uso di strumentazioni particolari in dotazione dell’azienda, oppure l’interazione con personale interno.

Con l’approvazione della direttiva del dipartimento funzione pubblica del 25 Maggio in conferenza unificata Stato-Regioni, in attesa di pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale,  si estende la possibilità di fruire  dello smart working anche ai lavoratori della pubblica amministrazione.