A distanza di una settimana la Corte di Cassazione è intervenuta con due diverse sentenze sul tema del cd. obbligo di repêchage.L’obbligo di repêchage è un’elaborazione giurisprudenziale che prevede in capo al datore di lavoro l’onere di ricollocare un lavoratore in mansioni analoghe o deteriori, in alternativa al licenziamento per giustificato oggettivo, ossia, “per ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa” (art. 3 L. 604/1966).

Nella sentenza n° 19775 del 4 ottobre 2016 la Suprema Corte ha sancito che nel caso il datore di lavoro sia una società appartenente ad un gruppo, l’obbligo di repêchage andrà esteso anche alle altre società del gruppo soltanto nel caso in cui esse costituiscano tra loro un unico complesso aziendale. Tra le società del gruppo deve sussistere una reale omogeneità organizzativa e funzionale: deve trattarsi di un unico complesso di beni e di elementi articolati in modo idoneo allo svolgimento dell’attività produttiva dell’intero gruppo. Se le aziende del gruppo sono, invece, funzionalmente autonome l’una dall’altra, il dipendente licenziato in una società non potrà essere ricollocato altrove all’interno delle altre società del gruppo.

Nella sentenza n°20436 dell’11 ottobre 2016, la Corte di Cassazione ha rigettato la sentenza del tribunale d’appello, affermando che l’onere della prova di effettuare il repechage incombe solamente sul datore di lavoro. In passato, infatti, si era affermato un altro orientamento giurisprudenziale che poneva a carico del lavoratore una sorta di obbligo di collaborazione con il datore nel provare l’impossibilità di repechage. Per il lavoratore, osserva la Corte, sarebbe quasi impossibile conoscere adeguatamente l’intera situazione aziendale, rendendo difficoltosa l’allegazione di prove volte a dimostrare tale impossibilità.

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